Lo avrei chiamato Jonathan

Nel tardo pomeriggio di sabato, nel giardino di casa di un'amica, vedo con Claudio un gabbiano che, anziché volteggiare fiero come facevano i suoi amici, camminava con passo incerto trascinandosi dietro un'ala. Ci siamo subito resi conto che qualcosa non andava.

Dato che quel giorno c’era molto vento, abbiamo pensato che una manovra sbagliata gli avesse fatto perdere il controllo e fosse andato ad urtare da qualche parte rompendosi l'ala. Claudio gli porta dell’acqua che lui però neanche guarda.

 

Cavolo mi dispiace, e se non fosse più riuscito a volare? Come avrebbe fatto a mangiare? Oddio...l'idea di lasciarlo li al suo destino mi faceva stare male. Si si lo so è vero, la natura deve fare il suo corso, sono la prima a dirlo...ma non davanti ai miei occhi! Se in qualche modo posso salvargli la vita, IO CI DEVO PROVARE.

Il gabbiano si trova un posto riparato per passare la notte. Dietro un muretto c'era un buca fatta dal giardiniere, lui si appollaia li. La mattina presto esco in giardino per cercare di capire cosa poter fare. Lui è ancora li, accucciato...mi guarda! Le sue condizioni di salute non erano affatto buone. Dovevo intervenire.

 

Claudio e gli altri si preparano ed escono in barca per la regata. Io, rimasta sola, chiamo subito il numero delle emergenze LIPU, memorizzato nella rubrica del mio cellulare. Mi dicono che dalle parti dell’Argentario (dove mi trovavo) non conoscono centri nei quali posso portare il gabbiano ferito, posso solo metterlo in macchina e portarlo a Roma.

Ok, lo farò, ma solo se non trovo alternative nelle immediate vicinanze. La zona dell’Argentario è una Riserva Naturale, ci devono pur essere dei ricoveri per animali! E infatti, grazie alle indicazioni di un'amica, scopro l'esistenza di alcune OASI WWF.

Mi dirigo verso la prima ma non trovo nessuno, poi nella seconda più grande, dove invece sono più fortunata. Un signore ascolta il mio racconto, mi da un sacco di juta per mettere l'animale (usato da loro per trasportare le anatre) e poi mi dice di portarlo da lui. Risalgo in macchina e a tutta birra torno dal gabbiano, lo avrei chiamato Jonathan, per ricordare le imprese del mitico GABBIANO di Richard Bach. Parcheggio, scendo dalla macchina tenendo in una mano il mio asciugamano, e nell’altra il sacco di juta dove lo avrei messo. Mi affaccio, e lui è sempre li. Gli dico che avrei cercato di aiutarlo se lui avesse aiutato me a farsi prendere. Poverino, è ridotto male, è stanco e non oppone resistenza. Si lascia avvolgere dall’asciugamano e portare via. Lo avrei chiamato Jonathan, il mitico GABBIANO di Richard Bach, ma purtroppo, non ce l’ha fatta!

Un gabbiano condannato dall’incontro con l'uomo, chissà quando, chissà dove. Già, perché non è stata la natura a compiere il suo disegno, ma l'uomo. Non aveva un'ala rotta, ma il filo di una lenza che gli usciva dal becco.

 

Chissà da quanto tempo, poverino, girava così, e che tipo di danni aveva subito. La cosa più dolorosa che quel gentilissimo signore mi ha detto è che molto spesso i gabbiani fanno questa brutta fine, a causa della negligenza di alcune persone.

Quello che non riesco a capire è come mai pescatori e sportivi (appassionati od occasionali) non riescano a comprendere che ami e lenze abbandonate in giro, sono un micidiale pericolo per tutti gli uccelli, e non solo, che vivono del mare. Non bisogna essere dotati di un intelletto particolare per capirlo, basterebbe solo un po' di buon senso e di sensibilità verso il prossimo….che sia appartenente al regno animale, vegetale o minerale.

 

Mi è dispiaciuto davvero molto per quel povero gabbiano, ma sono stata contenta di aver fatto tutto questo per cercare di salvarlo. Non riesco a voltare le spalle e dire è la natura!

 

Se dovesse capitare qualcosa del genere anche a voi...spendete un po' di tempo per cercare di capire se potete intervenire. Non vi costa niente, ad esempio, memorizzare il numero della LIPU o del WWF nella rubrica del vostro cellulare, o banalmente chiedere aiuto o consiglio ai Vigili del Fuoco.

Non c’è nulla di cui vergognarsi.


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